PERCHE’ CADONO GLI IMPIANTI: la progettazione è la chiave del successo

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L’arrivo dell’estate, con il conseguente riscaldamento del clima, ha portato con sé anche quegli intensi fenomeni atmosferici che rappresentano il peggiore incubo dei nostri agricoltori: tempeste e grandinate, infatti, si formano proprio in virtù dello sbalzo termico tipico delle giornate estive e tolgono il sonno a tutti coloro che rischiano di vedere compromesso in dieci minuti il lavoro di un’intera stagione.   

L’unica soluzione possibile, nota già da un po’ del resto, è rappresentata dalla copertura antigrandine che, pur non riuscendo ad arginare completamente il fenomeno, né mitiga considerevolmente le conseguenze.   

Queste coperture, ormai chiave di volta per ogni professionista del frutteto, sono diventate ogni giorno più determinanti per proteggere i raccolti non solo dalla grandine, ma anche da molti altri fenomeni naturali che interessano in modo diverso le varie aree del globo, come gli insetti (la cimice asiatica tra tutte), gli uccelli e le scottature del sole, per citarne alcuni. È proprio questa “polifunzionalità” a mettere l’impianto anti-grandine al centro di ogni piano di investimento agricolo che si rispetti, con le nostre aspettative di ritorno economico poggiate su fondamenta solide e concrete.  

Purtroppo, come vediamo accadere spesso quando una cosa funziona, negli ultimi anni un po’ tutti si sono improvvisati esperti di impianti anti-grandine. E non abbiamo utilizzato la parola “impianto” a caso, perché una copertura anti-grandine non è un insieme raffazzonato di elementi diversi ma una macchina complessa che, esattamente come quella che ogni giorno guidiamo, è fatta di tanti pezzi che insieme contribuiscono alla creazione di un unico strumento funzionante. Proprio in virtù di ciò, l’impianto deve essere studiato nella sua interezza perché avere solamente dei buoni pali può non essere sufficiente a garantire la solidità dell’impianto quando sottoposto alle sollecitazioni esercitate dal vento.   

Esatto, il vento. È lui il cattivo della nostra storia. Il vento è quasi sempre snobbato quando si parla di impianti, come fosse solo un comprimario dello spettacolo che va in scena durante una tempesta. Tutta l’attenzione viene riservata alla grandine, al suo peso, alla quantità, perfino alla durata della tempesta, come se fosse l’unico elemento a sollecitare l’impianto. Ma è il vento il nostro primo nemico, perché sotto le sue continue pressioni e depressioni la rete, elemento cardine della copertura, si muoverà come animata di vita propria, tentando di portare con sé il filo longitudinale e la fune trasversale, che a loro volta cercheranno di estrarre gli ancoraggi nel suolo e i cappucci copri-palo dai pali, compromettendo la tensione e la stabilità dell’impianto.  

Ecco che da questo nuovo punto di osservazione i pali non ci appaiono più come l’elemento cruciale dell’impianto, anche se allo stesso tempo non dobbiamo certamente sottovalutare la necessità che la nostra struttura rimanga in piedi e dia sostegno al nostro bene più prezioso, la frutta. Perché naturalmente il sipario della tempesta si alza sempre nel momento di maggiore “debolezza” dell’impianto, l’estate (anche se questo è sempre meno vero, come le grandinate dei primi di maggio nel trevigiano ci hanno dimostrato), quando la nostra struttura è carica del peso della frutta, la quale rappresenta un altro elemento chiave dell’equazione che definisce le necessità della nostra macchina.   

Un impianto anti-grandine è quindi un sistema complesso, che deve tenere conto della forza del vento, del peso della frutta e di quello della grandine, per assicurarci il ritorno del nostro investimento. Questi tre fattori sono stati attentamente studiati dai nostri tecnici e si riflettono nelle scelte che quotidianamente siamo tenuti a compiere nella costruzione degli impianti, ma che molto spesso vediamo sottovalutati quando veniamo chiamati, come medici che curano pazienti, ad intervenire su impianti che hanno già qualche anno, costruiti in economia e che mostrano sintomi di una malattia che li potrebbe presto portare a soccombere.   

Per valutare l’efficienza di un impianto, quindi, partiamo sempre dalle basi, dagli elementi di sostegno. I “dottori Valente” sanno individuare un palo malato a prima vista. Il calcestruzzo di buona qualità si riconosce dalla sua sfumatura di grigio, chiaramente derivata dal cemento in esso contenuto, più intenso quando è il Portland 525 (con una percentuale di Clinker in esso contenuto di quasi l’80%) come quello Valente, più sbiadito nelle varietà più economiche. Una superficie eccessivamente liscia poi, che a prima vista potrebbe essere sinonimo di perfezione, è invece più spesso indice di un’alta presenza di acqua nell’impasto del calcestruzzo, acqua che andrà ad evaporare nel processo di maturazione dello stesso rendendo alla fine il palo meno elastico (certo, non tutti possono contare su sistemi di controllo di precisione e di una torre di betonaggio alta trenta metri per garantire l’omogeneità della miscela del calcestruzzo, come avviene in Valente).   

Finito l’esame obiettivo del palo, il medico volgerà il suo sguardo sulle geometrie dell’impianto e più precisamente sul sesto di impianto. Fatto salvo il sacrosanto precetto secondo il quale “ognuno a casa sua fa ciò che vuole”, se interpellato il medico della Valente vi dirà che le file non dovrebbero superare i cinque metri di larghezza e i pali lungo la stessa non dovrebbero superare i dieci metri di distanza, e che a più di cinque metri fuori terra state costruendo una casa e non un impianto anti-grandine. È vero anche che nella nostra lunga storia abbiamo sempre progettato insieme ai clienti soluzioni su misura, discutendo delle diverse opzioni per poter superare i parametri preconfigurati, ma se non ci sono delle regole di base stiamo nuovamente mettendo insieme un po’ di pezzi piuttosto che costruire un vero e proprio impianto. E, sempre a proposito di misure, è bene sapere che l’impianto anti-grandine non dovrebbe superare i quattrocento metri di lunghezza (ammesso e non concesso che ci sia qualcuno che voglia davvero raccogliere quattrocento metri di mele senza la possibilità di uscire dal filare) e i duecentocinquanta di larghezza. Questo per garantire il massimo della tenuta ed il massimo della sicurezza necessari in questi casi. 

Dopo aver “visitato” i pali e gli aspetti dimensionali dell’impianto, si passa all’esame degli ancoraggi, elementi posti sottoterra e nascosti alla vista che devono svolgere propriamente il loro lavoro, altrimenti state certi che prima o poi ne pagherete le conseguenze. Il medico estrarrà quindi un metro dalla tasca dal suo camice e lo posizionerà vicino al palo per poi arrivare all’ancoraggio. C’è una distanza minima da tenere tra il palo e l’ancoraggio, lo sapevate? Altrimenti l’ancoraggio è un complemento d’arredo e non un elemento strutturale dell’impianto. I nostri calcoli hanno definito in due metri la distanza minima dal palo all’ancoraggio in una copertura anti-grandine, ma anche questa non può essere una verità assoluta.   

Per un terreno che offre una resistenza non sufficiente (sigma inferiore a 1kg per metro quadrato), è opportuno soffermarsi a riflettere più a lungo sulla soluzione, per non doversene poi pentire. Anche gli ancoraggi, come nel caso dei pali, parlano al nostro specialista in un modo semplice e diretto, partendo dal presupposto che l’ancoraggio deve stare sottoterra, verità ovvia ma non scontata. Quando vedete il gambo che esce (l’asta e non solamente l’asola) due sono di solito le opzioni: o non siete riusciti ad interrarli del tutto (nel qual caso significa che il terreno non è quello che vi aspettavate, e quindi la scelta non è stata opportunamente ponderata fin dall’inizio) oppure (ed è decisamente peggio) stanno subendo lo sforzo delle funi di ancoraggio seguendole fuori dal terreno, sintomo solitamente che il piatto si è separato dall’asta. Questo è veramente un brutto segnale, quasi come il dolore al braccio sinistro può indicare l’insorgenza di un infarto. Quello sarà sicuramente uno dei punti su cui il nostro dottore vi consiglierà una terapia d’urto: una prova di estrazione per verificare la tenuta e, se non viene superata, una terapia a base di iniezioni di calcestruzzo per garantire che l’ancoraggio rimanga lì dov’è e non diventi un punto debole dell’impianto.  

Ovviamente sopra alla struttura abbiamo poi la copertura, la parte più costosa e anche più delicata, alla quale riserveremo una trattazione dedicata nella prossima newsletter, concentrata sulle numerose opere di fantasia a cui abbiamo assistito negli anni e che qualcuno chiama impianti.   

Hai letto qualcosa che ti fa dubitare della stabilità o sicurezza del tuo impianto? Hai bisogno del consulto di un bravo medico? I tecnici Valente sono sempre a disposizione di chi ha bisogno di consigli e aiuti nella realizzazione di nuovi impianti o nella sistemazione di qualche vecchio malato cronico. Non esitare a contattarci.